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Il Progetto educativo TGS: 5° puntata

Quinta e ultima puntata della sintesi del workshop “Progetto educativo e carisma salesiano” rivolto ai genitori e tenuto in occasione dell’Incontro dell’Amicizia, domenica 13 gennaio 2019, con gli appunti messi a disposizione dalla Commissione Formazione e Animazione TGS Eurogroup.
“L’incontro ha preso le mosse dall’immagine di un ponte: non un ponte qualunque ma il Tower Bridge, vero e proprio simbolo di Londra. Come tutte le immagini, serve ad entrare in sintonia con un argomento specifico, e nel nostro caso, è di aiuto per lasciarsi stimolare dai principi della pedagogia salesiana”.

Per rileggere le puntate precedenti, trovi i link in calce al presente post! Buona lettura!

Pedagogia di un ponte – quinta puntata

Nonostante i validi tentativi la zona in cui viene costruito il Tower Bridge rimane molto malfamata (da lì a poco diventerà famosa per Jack the Ripper) tanto che il ponte veniva chiuso di notte per evitare ambigue frequentazioni.
Si tratta quindi a volte di avere a che fare con le difficoltà di un ambiente refrattario, ostile, difficile da cambiare, le motivazioni educative sono assenti ma assecondare o ritirarsi per la “paura” è un doppio errore. L’educatore non si arrende (il punto accessibile al bene secondo don Bosco c’è in ciascun ragazzo) ma cerca la via giusta anche per risolvere le questioni sapendo che non è un’azione solitaria, ma di una comunità e in questo conta anche l’ambiente educativo.

1. L’importanza di un contesto
Anche la pianta più bella e florida senza il contesto giusto di acqua, sole e riparo in poco muore.
Allo stesso tempo don Bosco capisce che è importante creare un ambiente educativo positivo e propositivo per i ragazzi proteggendoli dalle “intemperie” culturali della società in cui vivono. I primi ragazzi di don Bosco vivono per strada e assumono tutti gli atteggiamenti indecorosi degli emarginati e di quelli che la società preferisce scansare e tenere lontano. I primi approcci del santo dei giovani si traducono in bestemmie e pugni verso la sua persona, evitando i sassi che nel frattempo gli lanciavano contro. Ma non smette di frequentare quei bassifondi per salvarli. L’oratorio è un porto franco, un luogo di riparo morale e spirituale perché le fragili moralità dei ragazzi possano irrobustirsi. Nessuna pianta appena germogliata la lasciamo all’aperto in balia degli eventi. Ecco perché da subito vuole che essi studino all’interno dell’oratorio e perfino imparino un mestiere dentro quelle mura perché qualcuno imparava cose sbagliate anche solo camminando per strada.
Immaginiamoci oggi a quali intemperie sono esposti i nostri ragazzi: quanti spunti visivi sarebbe meglio evitassero, quante parole sbagliate ascoltiamo, quanti atteggiamenti imparano scimmiottando gli adulti. Da cosa li proteggiamo oggi o li lasciamo in balia delle forze avverse che li sbattono a destra e sinistra (emotivamente, relazionalmente, moralmente). Perfino nelle ultime TV c’è il parental control per evitare cose che possono turbarli…salvo poi non educarli e spiegare loro perché nuoce quel programma, perché quelle parole sono sbagliate ed offensive. Non tutto è sano: Domenico Savio – e prima di lui Sant’Agostino – soleva dire che il peccato entra nel cuore per la via degli occhi.
La vita di gruppo può avere delle regole condivise dove sentirsi rinforzati dagli altri, non portati altrove. Don Bosco infatti aveva il coraggio anche di decisioni forti e che ci sembrano anti-popolari: allontanava i ragazzi che non riuscivano a stare alle regole: ricordava loro che lui era un amico e che li avrebbe visitati in seguito ma quel luogo non faceva per loro e non poteva permettere che si rovinassero anche altri per colpa di uno.
Ecco perché tra i primi scritti di don Bosco c’è sempre la preoccupazione educativa di un regolamento: non certo per elencare regole e porre dei divieti ma per determinare l’identità formativa e dimostrare ciò che aiuta a crescere e ciò che invece ti rende ancora immatura: il peccato e il male.

2. L’importanza di una comunità che educa
Un famoso proverbio africano dice che per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio.
Non certo per dire che due genitori non bastano o non sono capaci; ma per sottolineare come l’educazione è per sua natura un atto condiviso e partecipato. La ricchezza e la complessità dell’atto educativo richiedono diverse forze e sensibilità.
Don Bosco da subito vuole che l’oratorio abbia dei collaboratori che condividano il suo stile e il suo fine tanto che i primi salesiani erano proprio come don bosco in tutto e per tutto (si dice che cambiava solo la voce ma per il resto erano uguali).
Oggi abbiamo bisogno di estendere l’azione educativa ad una rete con la quale collaborare e non entrandovi in contrasto detenendo il privilegio e il potere sui figli. La scuola, le associazioni, la società non sono soggetti esterni ma operatori che contribuiscono alla formazione (talvolta anche a non favorirla purtroppo). Quello che manca oggi è comprendere bene fino in fondo cosa sia educazione, quale sia la finalità sapendo che non tutto si racchiude nell’importanza che “mio figlio sia protagonista”, che “mio figlio abbia i propri desideri soddisfatti”: una pericolosa nuclearizzazione dell’educazione porta all’isolamento, alla scomparsa della fraternità e del gruppo poiché ognuno ha diritto alla soddisfazione personale anche a scapito dell’altro.
Costruire un ponte significa accettare che ci sia un’altra riva, un’altra possibilità da raggiungere altrimenti è un ponte che non porta da nessuna parte, che diventa un vicolo cieco, che non ti fa fare strada, che rimane sospeso sul nulla, sul rischio, sul pericolo di sprecare tutto.

a cura della Commissione Formazione e Animazione TGS Eurogroup

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