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Il Progetto educativo TGS: 1° puntata

In occasione dell’Incontro dell’Amicizia, domenica scorsa 13 gennaio 2019, una parte della mattinata è stata dedicata anche alla formazione dei genitori nel workshop dedicato “Progetto educativo e carisma salesiano” . L’incontro ha preso le mosse dall’immagine di un ponte: non un ponte qualunque ma il Tower Bridge, vero e proprio simbolo di Londra. Come tutte le immagini, serve ad entrare in sintonia con un argomento specifico, e nel nostro caso, è di aiuto per lasciarsi stimolare dai principi della pedagogia salesiana.
La Commissione Formazione e Animazione TGS Eurogroup ha guidato il workshop con i genitori e mette ora a disposizione i suoi appunti sul nostro blog TGS Journal, che li pubblicherà in più puntate da qui a giugno.

Pedagogia di un ponte – prima puntata

Nel corso dell’800, la città di Londra si sta espandendo ad ovest, ad est verso la foce del Tamigi con l’aumento dei flussi portuali e soprattutto a sud. Nel 1876 nasce l’esigenza di un nuovo ponte a seguito dell’aumento del traffico terrestre e fluviale, quindi un ponte che potesse essere mobile per sviluppare i trasporti sull’acqua ma che non interrompesse il flusso dei veicoli e delle persone su di esso.

1. L’educazione nasce da un bisogno…

Dire che l’educazione nasce da un bisogno significa prima di tutto definire cos’è un bisogno. Prima di tutto è una mancanza oppure una situazione che va cambiata o migliorata. Anche imparare l’inglese è un bisogno. Anche farlo in Inghilterra è un bisogno. Ma le persone sono portatrici di bisogni profondi e più fondamentali. Primo fra tutti quello della relazione, del riconoscimento da parte degli altri.

Cosa si fa quando ci si trova davanti ad un bisogno? Si cerca di soddisfarlo e di attivare gli strumenti che possono realizzarlo questo soddisfacimento. La pedagogia salesiana si muove da questa “sete” dei giovani, cerca di dare per sua natura, una risposta ai bisogni dei giovani e lo fa con lo stile che le è proprio: quello dell’ascolto e della disponibilità. In una parola: accompagnamento. In un’epoca come quella attuale, in cui ognuno può esprimere i propri bisogni con la pretesa anche di imporli, si rischia di perdere tempo e voglia nell’ascoltare gli altri e le loro necessità. Il primo passo pedagogico di don Bosco è stato quello di ascoltare ciò di cui avevano bisogno prima i suoi coetanei (basti pensare ai pomeriggi sul prato che lo vedevano impegnato già a 9 anni) e poi i numerosi ragazzi persi e disperati in giro per Torino a quel tempo. Il male peggiore di quella società era quella di averli resi invisibili e perciò insensibili ed inascoltati.

L’immagine del ponte ci serve per dire che l’atto educativo nasce dal constatare una necessità ed una situazione (non necessariamente un problema, ma anche un’opportunità), gettare un ponte verso l’altro, trovare un punto d’aggancio, costruirci sopra qualcosa.

2. …a volte inespresso

Don Bosco (e la pedagogia che a lui si ispira) ha il merito di intercettare queste situazioni e a volte a far emergere bisogni inespressi oppure taciuti e custoditi nell’anima di ragazzi feriti, delusi, silenziosi e diffidenti. Ha il merito di squarciare alcune situazioni di abbandono educativo, portare la luce della speranza e della crescita. Dice il recente Sinodo sui Giovani (paragrafo n. 7): «I giovani sono chiamati a compiere continuamente scelte che orientano la loro esistenza; esprimono il desiderio di essere ascoltati, riconosciuti, accompagnati. Molti sperimentano come la loro voce non sia ritenuta interessante e utile in ambito sociale ed ecclesiale. In vari contesti si registra una scarsa attenzione al loro grido, in particolare a quello dei più poveri e sfruttati, e anche la mancanza di adulti disponibili e capaci di ascoltare». Talvolta capita che i ragazzi oggi sappiano comunicare a 360° su tutto ma non su loro stessi, sulle loro aspirazioni, sui loro fallimenti ma anche sulle loro conquiste. La noia rischia di opprimere il dispiegarsi delle ali della giovinezza entusiasta, verso l’abitudine, la sicurezza e la pigrizia emotiva. Sono quei silenzi che vanno ascoltati. Sono quelle poche parole dette a bassa voce che vanno amplificate perché in alcuni casi sono richieste di aiuto e sostegno. Come faccio a raccontare dei miei bisogni se nessuno mi ascolta o peggio non parla la mia “lingua”?

Ogni esperienza educativa, dal gioco al semplice fare due passi ad un panino condiviso al parco sono per noi occasioni di ascolto, di condivisione, occasioni per entrare sulla lunghezza d’onda dell’altro, per imparare la loro lingua affinché loro imparino la nostra: «Amate ciò che amano i giovani, affinché essi amino ciò che amate voi».

a cura della Commissione Formazione e Animazione TGS Eurogroup

[continua]

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