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Il Rettor Maggiore in visita ad Haiti

Continuano le dimostrazioni di solidarietà da tutto il mondo per il dramma che sta vivendo la popolazione di Haiti dopo il terremoto dello scorso gennaio.
Il Concerto di Beneficenza “QdP & Vallata uniti per Haiti” che si è tenuto a Pieve di Soligo lo scorso 26 febbraio (vedi post precedente) ha permesso di raccogliere 2.800 euro da destinare a suor Mariangela Fogagnolo, dell’ordine delle Figlie di Maria Ausiliatrice, presente da 40 anni ad Haiti ed in stretto collegamento con il Collegio Immacolata di Conegliano.
Ed è di questi giorni la notizia di una inedita collaborazione tra Su e Zo per i Ponti e Hard Rock Cafè Venezia legata ad una raccolta di fondi da destinare al sostegno delle opere salesiane di Haiti: l’iniziativa sarà presentata ufficialmente alla stampa domani in occasione di una apposita conferenza stampa presso la sede municipale del Comune di Venezia.

Nel frattempo il Rettor Maggiore dei Salesiani, Don Pascual Chávez Villanueva, si è recato di persona ad Haiti per dare un segno visibile e concreto della vicinanza della famiglia salesiana alla popolazione dell’isola.
Questo è un estratto del resoconto di viaggio, scritto di suo pugno.

Roma, 24 febbraio 2010

Carissimi confratelli, membri della Famiglia Salesiana, amici di Don Bosco:

[…] Nei giorni 12-15 febbraio 2010, ho visitato Haiti.

[…] Ritenevo necessario, importante e significativo recarmi personalmente ad Haiti per far sentire la vicinanza, la fraternità e la solidarietà della Congregazione nella persona del Rettor Maggiore. Volevo condividere da vicino la sofferenza e l’incertezza in cui vive tutta la popolazione. Mi premeva conoscere meglio la situazione delle case salesiane, rimaste completamente o parzialmente distrutte, specialmente quelle dell’area di Port-au-Prince, e riflettere insieme con il Superiore della Visitatoria e il suo Consiglio sulle scelte da fare nell’immediato futuro.

Anche se, al momento dell’arrivo a Port-au-Prince, il pilota dell’elicottero aveva sorvolato la zona più devastata – il che mi ha permesso di avere subito una visione d’insieme attraverso il giro panoramico dall’alto – solo il percorso in macchina, la verifica degli edifici rasi al suolo, e l’esperienza di camminare tra le macerie mi hanno messo in grado di valutare effettivamente la drammaticità del sisma che si era abbattuto su questa popolazione inerme e del tutto impreparata a tale evento.

Sono rimasto sgomento davanti alla vastità della distruzione, al paesaggio apocalittico di morte, di sofferenza e disperazione. Il Palazzo Nazionale, simbolo dell’orgoglio e del potere, si è praticamente schiantato su se stesso con le colonne saltate in aria e, alla stessa maniera, gli altri edifici dei ministeri. Della Cattedrale sono rimaste in piedi solo la facciata e le mura laterali; il tetto e le colonne sono crollate a terra. Sembrava come se la città, in quei 28 secondi di durata della fortissima scossa, avesse perso la testa e il cuore. Infatti è proprio così, perché da quel momento in poi c’è una mancanza assoluta di leadership, e la vita, immensamente mortificata, continua ad andare avanti più per spinta d’inerzia e per lotta per la sopravvivenza che per un’organizzazione sociale che la sorregga e la stimoli.

Mentre sentivo le testimonianze dei sopravvissuti, in particolare di quelli che sono riusciti a scappare dalla morte dopo ore o giorni in cui erano rimasti intrappolati tra pavimenti, soffitti e mura, e man mano che contemplavo gli edifici e le case distrutte, cercavo di sentire la voce di Dio che, come il sangue di Abele, grida con le voci delle migliaia di morti sepolti in fosse comuni o ancora sotto le macerie. Cercavo di ascoltare Dio che stava parlando attraverso il rumore sordo delle migliaia di persone che stentano a vivere sotto le tende, quelle consegnate dagli organismi internazionali o quelle fatte da stracci, messi insieme in qualche modo. Cercavo di aprire le orecchie e il cuore all’urlo di Dio che si faceva sentire, attraverso la rabbia e il senso d’impotenza, da coloro che vedono come tutto quanto avevano costruito – fosse molto o fosse poco – si sia vanificato nel fumo, nel nulla. Si calcola tra 300 e 500 mila il numero delle persone rimaste senza tetto.

È vero che un terremoto di 7.5 gradi nella scala di Richter produce una scossa di una forza devastante incalcolabile, ma è anche vero che in questo caso la distruzione e le morti sono state ancor più imponenti a causa della miseria in tutti i sensi. Su questa condizione non si può costruire una vita degna di tale nome e neppure abitazioni più sicure e più resistenti di fronte a questo tipo di sfoghi violenti della natura. Perciò la sfida oggi non può essere solo quella di rialzare le mura degli edifici, delle case e delle chiese distrutte, bensì quella di far rinascere Haiti edificandola su condizioni di vita veramente umana, dove i diritti, tutti i diritti, sono per tutti e non un privilegio di alcuni.

L’assenza pressoché totale di un governo lascia la popolazione stordita dalla sofferenza, sommersa nell’angoscia e travolta dalla disperazione, girovagando per le strade senza bussola e senza meta. Impressiona di fatto questo camminare della gente in un pellegrinaggio di lotta per la vita. Ma anche a livello ecclesiale, la morte dell’Arcivescovo, del Vicario Generale, del Cancelliere, di 18 seminaristi e 46 religiosi e religiose, con il crollo di case, di scuole e centri di assistenza ha significato una dolorosa perdita di pastori, oltremodo necessari per questa gente.

Purtroppo è già praticamente passato il momento della notizia, quando Haiti si trovava al centro del palcoscenico della storia come vittima caduta per terra, sulla quale si incentrava l’attenzione delle grandi reti televisive e dei giornalisti, sempre alla caccia degli avvenimenti che vendono share. Oggi la città resta nel caos più di prima. Certo è da ammirare il sentimento religioso che porta il popolo haitiano a radunarsi in preghiera, un sentimento fortemente sfruttato ora dalle sette evangeliche, come pure stupisce grandemente lo sforzo di tornare alla normalità quando in fondo tutto è cambiato.

Anche se la situazione di emergenza può durare almeno altri due mesi, stando a quanto affermano coloro che gestiscono questa fase, è scoccata l’ora di rimboccarsi le maniche ed incominciare a ricostruire il paese, anzi a farlo rinascere dalle ceneri. Ecco la grande opportunità che viene offerta a questa povera nazione, l’antica ‘Perla delle Antille’.

Per far diventare realtà questo sogno, non si parte dal nulla, ma si riparte ‘in primis’ dagli stessi haitiani, che sono chiamati più che mai ad essere protagonisti di questa nuova fase della loro storia. Essi non si trovano soli. Anzi, conforta il fatto di vedere tantissime organizzazioni (un totale di 80) seriamente impegnate in questo sfidante compito, insieme con moltissime persone di buona volontà, desiderose di seminare speranza e di costruire un futuro al popolo haitiano.

Questo protagonismo degli stessi haitiani è assolutamente indispensabile, per superare non soltanto una tendenza alla rassegnazione, che è un tratto di tipo un po’ culturale, ma anche l’assoluta dipendenza dall’estero, il che potrebbe portare alla tentazione di giochi di potere e privare Haiti della sua sovranità.

Perciò l’apertura delle nostre case, anche se gravemente danneggiate – mi riferisco a quelle dei Salesiani – per accogliere gli sfollati, con l’impegno di farli sentire bene, pur in mezzo alla loro tragedia, come pure l’organizzazione civile di questi campi di sfollati e la scelta di vivere in tende come loro, mi ha comunicato una grande gioia e una fierezza per i miei fratelli Salesiani.

Voglia il Signore trasformare questo duello che ha riempito di lutto tutte le famiglie di Haiti in canto e in danza di gioia. Non sarebbe giusto né responsabile lasciar cadere nel nulla, nel vuoto, nella sterilità la morte delle centinaia di migliaia di vittime, nonché la perdita di tutto quanto possedevano coloro che si trovano ora sulla strada, senza più niente.

Da parte nostra sentiamo il bisogno di rinnovare il nostro impegno nella rinascita del paese, rifondando di pari passo la Congregazione con presenze che siano rispondenti alle attese e ai bisogni della società haitiana, della Chiesa, dei giovani.

[…] Mentre ringrazio la Congregazione, le nostre Procure, gli organismi internazionali vicini a noi, i benefattori e simpatizzanti dell’opera salesiana per la generosità e l’intraprendenza con cui hanno risposto alla mia lettera precedente, invito a continuare nel nostro sforzo di venire incontro alle necessità ingenti di questo paese così bisognoso.

Affido a Maria questa nuova fase della storia. Lei ci guidi per saper stare all’altezza della sfida. Lei benedica tutti voi.

Con affetto e stima, in Don Bosco
D. Pascual Chávez Villanueva, SDB
Rettor Maggiore

Link:
Il testo integrale della lettera del Rettor Maggiore

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