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Mio padre è aquilano

Mio padre è aquilano, anzi di Poggio Picenze.

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Ogni estate lui “torna a casa”, cioè si trasferisce al paese ospite di una sua sorella; da quando l’età sconsiglia di guidare da solo per circa cinquecento chilometri, I drive him, nel senso letterale del termine, guido io fino a Poggio e poi torno indietro in treno.

Ormai è qualche estate che facciamo questo viaggio, seguendo percorsi meno ovvi ma meno impersonali. La lunga marcia di avvicinamento si snoda nella provincia minore, Perugia, Terni, Rieti, e diventa folclore puro in prossimità dell’arrivo: la Salaria, le Terme di Cotilia, Antrodoco, Rocca di Corno, Sassa, Coppito, tutti pretesti per impartirmi lezioni di Storia, non tutte con la S maiuscola, sulle strade che i vari consoli romani costruirono per raggiungere quali località, sulla famosa battaglia del Risorgimento italiano combattuta nelle gole di Antrodoco (che a me evoca solo una serie di ripidissimi tornanti, sul primo dei quali c’è la caserma dei carabinieri – ma come accidenti fanno ad entrarci quando la strada è gelata !?!), sul perché la strada che scende da Rocca di Corno è assurdamente costeggiata da centinaia di pini marittimi (assolutamente non autoctoni, infatti li hanno piantati tra le due guerre, non mi ricordo più chi e perché), su Sassa, quartiere di nuova espansione della città con aspirazioni residenziali …

La Statale 17 sbuca nella piana aquilana da nord ovest, dalla porta posteriore, quella meno frequentata rispetto alle direttrici delle autostrade e forse, proprio per questo, ti permette di riappropriarti poco a poco del paesaggio, dei punti di riferimento noti, per mio padre della cadenza aquilana, tanto che una volta arrivati in città è quasi naturale passare dentro il perimetro urbano, via Napoli, via Strinella, intasate e congestionate, invece di tagliare fuori, perché è un modo per concludere nel posto giusto il viaggio. I restanti dieci chilometri verso il paese sono un susseguirsi di aneddoti più personali, il mio preferito è quello di quando mio padre ragazzo diede un passaggio a una signorina sua conoscente che doveva andare all’Aquila, sul palo della sua bicicletta e, a metà della lunghissima discesa che porta in città, si accorse di aver rotto i freni ma, per non allarmarla, non le disse nulla e cercò disperatamente, nella strada rimanente, il modo di fermarsi senza danni finché non gli venne in mente di allungare il tragitto e finire sulla salita di Collemaggio, arrancando per l’ultima parte, ma almeno salvando la pelle e la reputazione.

Oggi andiamo a Poggio: non ci arriviamo da casa ma da Avezzano, soggiorno temporaneo di vacanza. L’autostrada è quella che viene da Roma, quella che per fortuna “ha tenuto”, e già dopo pochi chilometri, al bivio che indica l’Aquila-Teramo, sbatti addosso a un cartello enorme, rosso con scritte nere, di quelli che non possono passare inosservati, con l’elenco e la localizzazione di tutti i C.O.M.; ci metto un bel pezzo a capire per cosa starà mai la sigla (Centro operativo misto) ma il senso di emergenza, di angoscia, sono forti e chiari da subito. La lunghissima salita verso la galleria di san Rocco, le montagne incontaminate che in altre stagioni sono piene di ciuffi di ginestre e poi la picchiata sulla piana aquilana, tutto in silenzio, con un senso di aspettativa quasi insopportabile. Questa volta non usciamo all’Aquila ovest, non c’è motivo di passare per le tendopoli che si intravedono sulla sinistra, tiriamo dritti per percorrere i sei chilometri di viadotto che separano l’uscita ovest dall’uscita est e che si profilano all’orizzonte molto prima di arrivarci, sull’altro lato della vallata, un’otto volante che letteralmente sorvola una gran parte della città e che permette di vederla tutta mano a mano che ci si gira intorno. Per fortuna io sto guidando, non posso distogliere lo sguardo dalla carreggiata, non voglio andare in cerca degli squarci, delle rovine, che pure ci devono essere, mi basta non riuscire a non vedere quello che rientra nella mia visuale; e d’altronde, una specie di muto pudore, impedisce anche agli altri di dire alcunché. Un’altra galleria, l’uscita, è tutto normale, il camion rimorchio che trasporta pilastri prefabbricati in cemento armato e che sulla parte posteriore ha l’adesivo della protezione civile con tanto di spiegazione del tipo di lavoro chiamato a svolgere; è tutto normale, anche essere seguiti da e incrociare di continuo mezzi muniti di luci lampeggianti, spente, vigili del fuoco o polizia o mezzi della protezione civile, che non chiedono strada, viaggiano come noi, non stanno correndo a fronteggiare un’emergenza perché l’emergenza è la normalità; è tutto normale, la litania dei paesetti che sai di incrociare, Bazzano, sul rettilineo il bivio per Onna dove di solito si mette la polizia per fare le multe e quindi è meglio rallentare, la biforcazione per Fossa dove ci stanno quei lontani parenti e dove fanno la sagra degli spizzichi, la salita lunga e continua verso San Demetrio prima e Poggio poi, un falsopiano disseminato di piante di mandorlo che a maggio fioriscono tutte assieme; paesi o meglio nomi che fino ad aprile erano felicemente sconosciuti e che adesso segnano la geografia del disagio, del dolore, della notorietà da tg delle 20.

Le zie, i cugini, gli scambi di notizie tipiche di chi si ritrova una volta all’anno, la normalità; solo poi, seduti a bere il caffè, salta fuori il terremoto, le scosse di ogni giorno, la tensione costante, ma anche questo è la normalità, ormai. Il paese vecchio è zona rossa, in pratica significa che le case, anche quelle che da fuori sembrano a posto, sono crollate all’interno ma il tutto è comunicato con la toponomastica dei soprannomi degli abitanti e non con il nome delle vie; mio zio mi chiama fuori sul terrazzo di casa sua dicendomi “vieni a vedere che bel panorama che c’abbiamo”, con il suo solito tono allegro e scanzonato, ma mi indica il paese, a cento metri in linea d’aria, con le case sventrate, i cumoli di macerie, e mi racconta che quella notte lui non riusciva ad alzarsi dal letto, come si metteva in piedi perdeva l’equilibrio e ricadeva giù, il rumore dei bicchieri che si rompevano nella vetrina, il trovarsi con i vicini del lotto in strada, al buio e in mezzo alla polvere, sentire la gente gridare aiuto e non poter fare nulla; e la notte successiva, con una coperta addosso mentre la moglie dormiva in macchina, ha visto arrivare un furgoncino da cui saliva vapore e, incuriosito, si è avvicinato per vedere cos’era e “stavano a distribuì la pastasciutta, era mezzanotte, e i me ne so pigliate nù piatte e me la so’ magnata”, e mentre me lo racconta gli scappa una risata di quelle sue tipiche, con gli occhi e con il cuore. E allora, quello che prima mi sembrava una cosa da non guardare, osceno quasi quanto spiare la nudità di un vecchio, una curiosità inconfessabile, il paese ormai finito, riacquista la sua valenza di quotidianità, di normalità da cui ripartire per andare avanti.

Mia nonna aveva un’espressione che riassumeva tutta una filosofia di vita, “ma mo’… che vuo’ fa”: davanti alla morte, al destino avverso, a quello che ti colpisce senza motivo è inutile disperarsi, quell’evento non si è potuto evitare ma la vita continua ed è alla vita che dobbiamo il nostro migliore impegno.

Bruna

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