TAPPE DI "RISTORO MENTALE" TRA CULTURA E CURIOSITA'

a cura di Giovanni Andrea Martini g_martini@fastwebnet.it

Venezia, forse più di ogni altra città e forse a ragione, è sempre stata considerata un'entità urbana del tutto singolare. Scrittori, poeti, filosofi hanno spesso visto in lei una dimensione simbolica, metaforica, una realtà che nascondeva ed indicava, al tempo stesso, delle realtà diverse da quelle comunemente percepibili. La sua bellezza, la sua quasi inspiegabile resistenza allo scorrere del tempo, il suo sviluppo in un luogo tanto difficile, le sue stratificazioni di stili e forme hanno da sempre stimolato la fantasia degli autori a trovarvi verità recondite, lontane da quelle che quotidianamente vivono gli abitanti della città. Sì, perchè in questa strana città ci sono anche delle persone che ci vivono e che a volte faticano a far capire che la loro vita è reale e che ha poco di metaforico come palazzi, bifore e laguna tenderebbero a suggerire. La forma urbis, il tessuto urbano, la stessa toponomastica veneziana parlano comunque di una città accogliente, ospitale, solidale, integrante: è, questo, forse, il messaggio da cogliere in un tempo in cui ospiltalià, solidarietà, integrazione sembrano termini senza senso, sembrano ponti, calli e campi che rischiano di essere spazzati via da una torbida aqua granda e fetida, da un mare di ignoranza e volgare arroganza. Le cose sicuramente cambieranno: si ha spesso l'impressione di aver toccato il fondo e di essere vicini al momento in cui la rotta invertirà. Possiamo, dunque, provare ad abbandonarci alle citazioni che seguono.
1. Una Venezia solare è quella che vive il simpatico professore protagonista de Il filo dell'acqua di Claudio Piersanti (2009). Forse, fin dalla partenza della Su e zo, con Palazzo Ducale da una parte e il luminoso Bacino San Marco dall’altra, potremmo provare anche noi la sensazione di godere di un qualcosa di prezioso e unico, destinato, però, a svanire: A mezzogiorno la Serenissima diventava abbagliante, l'acqua uno specchio infuocato. I campi che doveva attraversare erano così bianchi che doveva chiudere gli occhi e l'ombra soltanto una lama sottile pochi centimetri, in cui gruppetti di turisti un po' attoniti si rifugiavano per prendere respiro. Anche i marmi più preziosi si erano trasformati in superfici bianche, anche Palazzo Ducale trovò impallidito. Anche l'oro, anche il rosso sbiadivano sotto la luce. Tutte queste pietre sotto il sole gli evocarono l'immagine delle belle conchiglie e dei sassi preziosi raccolti al mare da un bambino. A casa il prezioso tesoro sarebbe come svanito nel nulla: le conchiglie sarebbero diventate avanzi di un pasto a base di pesce e le pietre nient'altro che pietre coperte di polvere. Ecco, pensò, Venezia è il tesoro di un bambino.
2. In Campo do Pozzi nelle vicinanze di San Martino di Castello potremmo rivivere la Venezia di un secolo fa nella quale ci porta la prosa di Francesco Moisio che in Corte serena (2008) ci propone uno scorcio di vita vera, lontana dalle metafore: Cesare faceva sempre fatica a svegliarsi, ma quella era una giornata speciale e bisognava affrettarsi. Annodandosi la cravatta davanti al tavolo sul quale il vasetto di sapone e pennello e lo specchietto per la barba servivano da fermacarte per la pila di fogli del suo romanzo, si disse che sì, quell'abbaino era pur squallido, ma se spalancavi la finestra si vedeva il cielo e, oltre la distesa dei tetti, un pezzo di laguna. La corte no, non poteva vederla da lì, ma ne indovinava il destarsi dalle voci acute che salivano fin lassù: quelle delle donne che portando fuori i catini e i secchi della notte davano il via alle chiacchiere che erano la vita della corte; e poi i bambini, con le bocche ancora sporche di latte, che scappavano alle madri per i loro giochi. E gli pareva di sentire lo scorrere del catenaccio del tugurio di Saverio e il suo imprecare di rito contro il chiasso dei bambini, e l'aprirsi della finestra di Elvira che appendeva fuori la gabbietta del canarino con l'acqua pulita e l'osso di seppia. Corte Serena era il regno delle donne e dei bambini; gli uomini andavano, che non era ancora l'alba, verso lavori lontani all'altro capo della città. Poche erano le donne che lavoravano qualche ora fuori casa.
3. Le calli e le corti che incontriamo attraversando la Barbaria de le Tole potrebbero ricordarci quelle percorse dal protagonista di Amore a Venezia - Morte a Varanasi di Geoff Dyer (2009). Un critico d’arte soggiorna a Venezia in occasione della vernice della Biennale e, fra calli e campi, osserva i Veneziani in modo quasi pirandelliano, sono personaggi ma anche persone: Fuori il caldo era già da deserto, ma che importava? Lui era a Venezia, felice di essere vivo, felice di fare la posta a Laura, lieto di trovarsi a Venezia che era già sveglia e in pieno fermento, forse da ore. Sulle chiatte, sempre che si chiamassero così, vendevano frutta e verdura, i pochi gondolieri battevano i canali in cerca di clienti. La gente affacciata alle finestre urlava e salutava. Nelle stradine strette era tutto un trascinare carretti di merci. Sembrava di essere nel Truman Show. Ogni giorno, da centinaia d'anni, Venezia si svegliava fingendo di essere una città vera anche se lo sapevano tutti che esisteva solo per i turisti. La differenza, la novità di Venezia era che anche gondolieri, fruttivendoli e panettieri erano tutti turisti che si gustavano una pausa cittadina protratta all'infinito. I gondolieri si gustavano lo spettacolo dei fruttivendoli, i fruttivendoli quello di gondolieri e panettieri, e tutti insieme si gustavano quello dei veri residenti: le orde di giapponesi con le macchine fotografiche a tracolla, gli americani in luna di miele, i turisti che viaggiavano con lo zaino in spalla e non tiravano fuori nemmeno un euro, e i biennalisti affetti dai postumi delle sbronze.
4. Le fondamente di Cannaregio in prossimità della Scuola Grande della Misericordia col loro corredo di chiese e palazzi, potrebbero dimostrare quanto sostiene la veneziana Alessandra Taffon, vincitrice del premio “Scrivi a Venezia” dello scorso anno: Quanti hanno avuto il dono prima di me, e quanti lo avranno, di poter vedere questa città adagiata sul mare, costruita nei secoli con l' amore paziente del collezionista, che raccoglie con passione i pezzi migliori in tutto il mondo per abbellire la propria casa e prova gioia e ammirazione a vederli riuniti davanti a sè ogni giorno dopo averli disposti l'uno accanto all'altro senza il bisogno di rispettare simmetrie e proporzioni. Perchè quando si riuniscono tutti insieme oggetti di estrema bellezza, anche diversi tra loro, il risultato non potrà essere che la moltiplicazione di tale bellezza. Venezia è il frutto del susseguirsi incessante di armonici particolari che non necessitano di rispettare alcun tipo di ordine, un po’ come succede quando si mescolano ingredienti di ottima qualità per ottenere un impasto, perché, indipendentemente dalla sequenza in cui verranno versati, non potranno che dare un risultato straordinario.
5. Seguendo la Fondamenta delle Zattere e assaporando da lontano la vista della Giudecca con la palladiana Chiesa del Redentore, l’originale Casa dei Tre Oci, la Chiesa delle Zitelle, potremo forse affiancare Federica Lucia Vinella di Putignano (BA), rivelazione del concorso “Scrivi a Venezia” dello scorso anno, nel suo volo metaforico su Venezia dopo aver visitato la Basilica di San Marco: Odore di incenso e candele diffuso lentamente su mura dorate. Il mio primo passo nella bella basilica è stato devastante per i miei sensi. Ho perso la volontà di camminare, ho perso il peso del mio corpo, ho acquistato la capacità di volare. Sorvolo come un gabbiano le sinuosità di Venezia, la contemplo dall’alto la Serenissima che tanti piedi hanno percorso. Abbraccio con le mie piccole ali i ponti e le calli, gioco con le statue nivee. La sua dolcezza nasconde incanto e meraviglia.
6. Superando la Punta della Dogana e arrivando sul sagrato della Basilica della Salute ritroviamo il protagonista del romanzo di Dyer che, partendo da una Venezia “turnerizzata”, resa immateriale dalla violenza della luce, testimonia l’esistenza e la futura resistenza di una Venezia vera, fatta di pietre e di persone: Scese dal vaporetto alla Salute, tornò in albergo e salì in camera con l'ascensore. Rimase cinque minuti sotto la doccia quasi fredda e si stese sul letto avvolto in un accappatoio spesso e in sommo grado rubabile. Avvertendo appena qualche fievole postumo della fumata - che sollievo!- guardò uno dei libri su Venezia forniti all'albergo: una lussuosa edizione dei dipinti della città fatti da Turner. Erano pieni di luce che si dissolveva in se stessa, di acqua e luce che si fondevano fra loro, di colore che diventava luce, di sole che prendeva fuoco sull'acqua. Certi erano così diluiti da essere a malapena acquerelli di quasicolore. Benchè la città fosse immediatamente riconoscibile, l'idea di una Venezia inconsistente, un dissolversi scintillante di luce e acqua dove tutto si trasformava in aria, mal si conciliava con l'esperienza che Jeff stava vivendo. Se c'era una cosa che lo colpiva di Venezia era proprio la consistenza. E non solo del luogo ma anche delle persone. Quella non era una città dove, nel corso del tempo, le generazioni nascevano, vivevano e morivano. No, c'era la stessa serie di personaggi che c'era sempre stata, una popolazione costante e invariata che cambiava solo d'abito a seconda dell'epoca in cui viveva. Ogni singolo individuo restava relegato a un certo compito e a una certa età fino alla fine dei tempi. Il vecchio che gestiva la drogheria lì accanto - Jeff si era fermato a comprare delle bottiglie d'acqua che erano grandi il triplo e costavano un terzo di quelle del minibar in albergo - che era lo stesso vecchio che gestiva la drogheria da migliaia d'anni. La cameriera dell'albergo faceva la cameriera dell'albergo da sempre. Stavano lì. E con loro, evidentemente, la città che abitavano. Stava lì come nessun altro posto sulla faccia della terra, e ci stava dall'inizio dei tempi, da molto prima di quando si diceva che avesse cominciato a esistere. Forse la città perduta di Atlantide non era scomparsa sotto le onde ma ci era ricomparsa sopra, tramutandosi in Venezia durante il processo. E’ vero, c'era l'acqua che era liquida e fluente, com’è ovvio un agente di diluizione e dissoluzione, ma l'effetto principale dell'acqua era quello di far apparire gli edifici, per contrasto, estremamente tangibili. Non solo sembrava che Venezia ci fosse da sempre ma, nonostante andassero raccontando che affondava di chissà quanti centimetri ogni anno, dava anche l'impressione che ci sarebbe stata per sempre, che forse sarebbe stata l'unica a rimanere in piedi dopo un attacco nucleare che turnerizzasse il resto del mondo in una colata ardente di acqua sfrigolante e l'aria bruciacchiata.
7. Dalla sommità del ponte dell’Accademia possiamo cogliere il sapore del mare che, insieme alla bellezza diffusa, fa sentire a casa propria Angelo Danio, altro vincitore della prima edizione del premio “Scrivi a Venezia”: La bellezza e l'arte, oltre ai sentimenti, sono l'alfa e l'omega della vita ed il senso del bello travalica epoche, confini, stati e religioni, è insito in noi in quanto esseri pensanti e con un'anima da arricchire. Ed il bello a volte si nasconde, come conviene agli oggetti preziosi, anche se un po’ alla volta si dà fuori di sè fino a diventare un'emozione forte e violenta, la stessa che mi prende tornando dal lavoro, dalla terraferma sul ponte dell'Accademia, dal culmine volto lo sguardo a destra, vedo il Bacino di San Marco, la cupola della Salute, le gondole ormeggiate, il globo d'oro di punta dogana e rallentando il passo assaporo il profumo del mare e, finalmente, mi sento a casa!  










 

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