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Il Percorso letterario della Su e Zo 2011

Pubblichiamo oggi in anteprima esclusiva il testo del Percorso Letterario della Su e Zo per i Ponti di Venezia, edizione 2011, da leggere tenendo sempre d’occhio la mappa di Venezia con il tracciato della marcia che è possibile prelevare seguendo il collegamento in fondo a questa pagina.

Grande novità 2011 per il Percorso letterario: diamo il benvenuto al nuovo autore, il veneziano Simone Caltran, che raccoglie la preziosa eredità di Giovanni Andrea Martini, il quale per anni ha curato questa sezione della marcia e quest’anno si dedica completamente all’organizzazione del Preludio alla Su e Zo.

Un caloroso grazie ad Andrea per l’eccezionale lavoro svolto in tanti Percorsi letterari che si sono succeduti negli ultimi anni, e un sentito “In bocca al lupo” a Simone per questa nuova avventura!

Tappe di “ristoro mentale” tra cultura e curiosità

a cura di Simone Caltran
simone.caltran@gmail.com

L’ostacolo più arduo, per chi è chiamato a parlare di Venezia, non è certamente la mancanza di argomenti ma doverne scegliere solo alcuni. Chi si appassiona alla città lagunare vorrebbe, tendenzialmente, riuscire a trasmettere quella magia e quello stupore instancabili che lo assalgono ogni volta che viene assorbito dalla sua conformazione urbanistica, dalla sua millenaria storia, dalla particolare toponomastica che, solo con un po’ di attenzione, è scritta ovunque e da sola è in grado di dare molte risposte sulla quotidianità e sulle attività economiche, e non solo, che qui si conducevano. Forse in nessun altro posto al mondo, i nomi degli spazi aperti hanno una dimensione così umana e quotidiana che rispecchia l’essere di Venezia ancora a “dimensione d’uomo”. Camminando con attenzione, evitando il procedere a testa bassa rapiti inutilmente dall’intervallarsi dei nostri piedi ma leggendo i tradizionali “nizioleti”, ci si può rendere facilmente conto di quale sia stato il contesto del tessuto sociale ed economico del luogo in cui ci si trova. In pratica la guida turistica è già scritta sui muri di questa città unica al mondo che per oltre un millennio ha saputo essere saggiamente protagonista della storia lasciando importanti eredità a noi che viviamo in quest’epoca così controversa ed incerta. Ed ecco quindi che troviamo luoghi come la calle del luganegher (salsicciaio), il campo della lana (vi abitavano i lavoratori della lana), il sottoportego del macello, la corte dell’anatomia, la scuola dei calegheri (calzolai) e potremmo continuare per molti altri luoghi quasi all’infinito.

A proposito dei luoghi comuni, intesi come luoghi pubblici aperti, Antonio Alberto Semi ci racconta nel suo Venezia in fumo (1996) che “chi parla con disprezzo dei luoghi comuni non puo’ capire Venezia, né se stesso. Il luogo comune è la Piazza ma anche lo sono i gradini del campanile, ove un tempo i bambini giocavano a “trono”. […] In questi luoghi comuni veniva trasmesso il senso di comunità […] e per chi vive assiepato come i neuroni nella corteccia cerebrale o come gli abitanti di un’isola non espandibile, il luogo comune fonda un tessuto irrinunciabile.”

 

  1. Primo ristoro mentale: Piazza San Marco. Il luogo della partenza, nelle adiacenze dell’unica Piazza della città, ci dà lo spunto per riflettere sulla giustizia della Serenissima e sui moniti contro le ingiuste condanne quasi ad affermare pubblicamente il proprio impegno contro i processi solo indiziari, e, quindi passibili di errore, in favore di sentenze ispirate ad una certa armonia ed equilibrio. A raccontare questa vicenda è  Franco Zagato nel suo “Il fornareto di Venezia” (1985). Pietro Fasiol, garzone del fornaio, sta concludendo il suo giro per la consegna del pane: “E’ l’alba e all’angolo tra la calle della Mandola e il ponte degli Assassini c’erano ancora accesi i cesendoli. A poca distanza dal ponte vedo un luccichio, una fibbia, no, aspetta, una guaina d’argento di un pugnale. Bello davvero, adesso vado dalla mia adorata Annella e gli faccio una sorpresa. Anzi no, gliela regalo quando mi prometterà di essere la mia sposa. Non voglio aspettare un’altro anno! Non voglio aspettare e sperare che venga eletta Maria per avere la sua dote. E se il suo padrone, il Barbo, si sbagliasse a rassicurarmi che fosse proprio lei una delle 12 Marie del prossimo anno? E in un anno possono succedere tante cose! Con la guaina che ho trovato comprerò dei mobili, anzi la consegnerò a lei e che si faccia una bella collana di Murano, domenica vado da mio cugino, mi faccio imprestare la barca e ci vado assieme a lei. ”Eccola là, la mia Annella, sull’uscio del sottoportico vestita col vecchio mantello del paron de casa che si mette di solito quando fa freddo. E’ molto esile ma bella. Sono eccitato e contento, adesso gli faccio la sorpresa.” Anella consiglia l’amato Piero di tornare sui suoi passi per capire se qualcuno che ha perso il fodero lo stia cercando. “Ecco il ponte…ma aspetta…quello cos’é? Un mucchio di stracci? C’è troppo buio, la luce qui non arriva. Un uomo, un ubriaco. No, c’é del sangue attorno…hanno ammazzato qualcuno. Il sangue è rappreso…vuol dire che è morto da tempo…assassinato! Ha un pugnale sulla schiena…ed io ho il fodero ancora in mano…aspetta, lo rigiro…fosse ancora vivo…ma chi è? Il conte Guoro, Alvise Guoro…il cugino della signora Barbo, la padrona di Annella.  “Chi sei? Che cosa fai col fodero in mano?” “Signora…qui hanno ammazzato qualcuno! E’ il conte Guoro.” “E cosa ci fai là…Piero Fasiol? Piero el forner…proprio te? Scappa, scappa!”  “Ma signora…Oddio, è meglio che vada subito da Annella e mi pulisca…sono tutto sporco…”. Sotto tortura il povero Piero confesserà l’atroce delitto ma la verità verrà a galla pochi giorni dopo la sua esecuzione capitale ed a monito di ingiuste condanne, da allora,  ogni udienza processuale si concludeva con la frase “Ricordeve del poaro fornareto”. A ricordo di Piero Fasiol rimangono sempre accese due fiaccole rosse sul lato sud della Basilica di San Marco, proprio di  fronte a dov’era il patibolo.
  2. Secondo ristoro mentale: Arsenale e dintorni. Procedendo con il nostro percorso parallelamente a quello certamente più atletico disturbiamo addirittura Carlo Goldoni. Nella sua “La buona madre” (1761), commedia dal tono minore del grande commediografo settecentesco, incrociamo il giovane Nicoletto e, con gran sorpresa, percorriamo con lui un tratto della Su e Zo. Unico maschio di tutta l’opera, egli è succube della madre in un mondo nel quale le fila sono tirate dalle donne e dalle loro trame. Nicoletto tenta di conquistare il cuore della giovane Daniela ma nei progetti della madre Barbara c’è un matrimonio ricco. Al rientro a casa gli viene chiesto dove fosse stato, ed egli risponde così: “Semo stai in tanti loghi  che no m’arecordo. Semo stai in Piazza, po semo andai de longo per la riva dei Schiavoni , e avem  svoltà a zoso per l’arsenal, e semo andai fin in Barbaria de le tole. Dopo avemo tira zo per le fondamente nove, e zo per cale de la testa, e semo andai al fontego de’ todeschi, e po fin in Canaregio, e avemo passa el tragheto ala riva de Biasio, semo andai a far un servizio a i tre ponti, e po per el ponte de Rialto semo andai a trovar un amigo in cale dele balote”.
  3. Terzo ristoro mentale: Ponte di Rialto. Intorno ad una tra le moltissime isole della laguna, quella di Rivo Alto, si sviluppò il nucleo più importante per la futura città. Era particolarmente  apprezzata per le rive “alte”  che offrivano maggior protezione dall’acqua ed è su questa isola che facciamo salire sul gradino più alto del podio Pierino Lancerotto, da Torri di Quartesolo (VI), vincitore romantico e sentimentale dell’ultima edizione del concorso “Scrivi a Venezia”. Ascoltiamolo: “Venezia, femmina d’acqua incantevole e sorniona accovacciata sopra milioni di tronchi di alberi verticali mi ha incoraggiato a smarrirmi nel suo mondo arcano. Venezia elegante padrona di casa mi ha invitato ad inoltrarmi liberamente nei suoi campi, nelle sue calli, ad attraversare un campiello, a gettare lo sguardo indiscreto su una corte per vedere se ancora vi razzola qualche solitaria gallina. Sono come i corridoi di una grande casa tutta addobbata a festa. Venezia mi tiene per mano e intanto, nel procedere, carezze d’aria molle e vaporosa m’accompagnano nel chiarore opalescente dei palazzi che specchiano nell’acqua verde dei canali un passato ricco di sontuose suggestioni. Fermo lo sguardo sui gradini di un molo che affondano nell’acqua, ricoperti, gli ultimi, di un tappeto umido e molle di alghe brune. Più in là eleganti merletti di pietra si agitano nel contendere all’acqua una striscia di orizzonte. Il cuore mi fa tutù-tutù come un pistone che salga e scenda con sforzo arrugginito. Ma cos’è questo stupido tremito alle ginocchia? Lo spettacolo è così bello da togliere il fiato. Venezia m’abbraccia all’arrivo e io non posso sottrarmi al suo invito di raccontare i sentimenti e le emozioni, senza vergognarmi”.
  4. Quarto ristoro mentale: Ferrovia, Santa Lucia. Cosa succederebbe se un miliardario giapponese, decidesse di trasformare Venezia in uno spettacolo permanente con gli abitanti in costume tipico che se ne vanno in giro per le calli, i ponti e i canali come se niente fosse? Cosa succederebbe, cioè, se la storia di un luogo e la sua tradizione venissero messe al servizio di un meccanismo ludico e pubblicitario? E’ quanto Gianni Riotta, nel suo “Ombra” (BUR,1994), raccontò con molto humour in una favola con tanto di orco, fata, principe, buoni e cattivi. Procedendo tra le pagine di questo “capriccio veneziano” non poteva mancare l’evento dell’acqua alta. “Spritz aveva visto l’acqua entrargli nel locale a mulinelli e rovesciare tavoli, bottiglie e sedie. Questa non era una comune acqua alta, questo era il diluvio universale. […]  Acqua che dio la mandava, acqua da San Marco, acqua dal cielo e tuoni e fulmini e saette come Spritz non ne aveva mai visti. La scena era da Apocalisse. Il dottor Gato Cereri decise di rinviare il proprio suicidio alla fine dell’alluvione per essere d’aiuto a qualcuno. Con un acrobatico salto sul rio dietro calle Morosini, il Cereri atterrò sulle tegole bagnate di casa Sacca Vigna, i suoi mocassini da commercialista scivolarono, cadde, restò aggrappato alla grondaia come una comparsa di Hollywood, dio sa come riuscì a riequilibrarsi e raggiungere la vedova Ortensia Sacca Vigna, convincendola a saltare in acqua da quattro piani e traendola in salvo tra le onde fangose. Due mesi dopo la vedova accettò di trasferirsi con lui a Saint Lucia, isola del paradiso del Caribe, “E ogni natale, mia cara, torneremo a Venezia: da Saint Lucia a Santa Lucia, eh?”
  5. Quinto ristoro mentale: San Nicolò dei Mendicoli. La dolcezza dei ricordi più remoti ben coniugati con l’orgogliosa appartenenza alla città natale sono le emozioni che ci trasmette Rita Fornasari, veneziana, secondo posto del concorso “Scrivi a Venezia”. “Dimmi: cos’è la felicità? La voce squillante di una fontana con i piedi arrugginiti, il miracolo di quel fiore che nasce da una crepa di palazzo, è il masegno calpestato da miliardi di piedi, che racconta i sogni di centinaia di bimbi e che ancora porta su di sé il segno del “vecio campanon” della mia infanzia. Cos’è la felicità? E’ respirare, anche negli angoli meno conosciuti di questo mio unico teatro, gli echi delle stesse emozioni che ha vissuto mio padre … è l’orgoglio di gridare al mondo … guardate, questa è la mia città.”
  6. Sesto ristoro mentale: alle Zattere. Fondamenta lunghissima che permette una meravigliosa, e nelle migliori giornate, soleggiata passeggiata con vista sulla Giudecca e con essa il Redentore e San Giorgio. Possiamo anche spingerci oltre e considerarla un tutt’uno fino alla Punta della Dogana. Ed è qui che incontriamo il prof. Bordini descritto da Paolo Piersanti nel suo Il filo dell’acqua (2009): “La sua passeggiata preferita cominciava in campo Santo Stefano e si concludeva alla Punta della Dogana. […] Passeggiando alle Zattere non mancava di fermarsi sulle Fondamenta degli Incurabili, che poveracci non erano altro che silifitici. Una lapide, in italiano ed in russo, ricordava il poeta Brosdskij, che in quel luogo si fermava volentieri. Aveva riletto con grande piacere il libro che prendeva il titolo da quelle fondamenta. Un pomeriggio incrociò poco più avanti due famosi scrittori stranieri pluripremiati, con folto codazzo di autorità. Erano entrambi molto eleganti, dovevano essersi esibiti in qualche cerimonia. Nessuno aveva il coraggio di descriverli per quello che erano: due scrittori pallosi e quasi illeggibili. Ma loro si consideravano gli eredi di eredi di Tolstoj, lo dicevano nelle interviste ma ben piu’ chiaramente con le loro movenze affettate. Poveri illusi, li definì dentro di se “Ormai ci sono solo autori-mutanda, cioè almeno l’ottanta percento dei libri esposti in vetrina, ed autori-tromboni” stabilì ridendo. Per un attimo credette di udire una russa risata d’approvazione da Brodskij, che aveva meritato il Premione molto più di loro.”
  7. Settimo ristoro mentale: Campo Santo Stefano. Il percorso e la fatica volgono al termine ed allora proponiamo ai lettori una intima e positiva riflessione di Paolo Barbaro, ingegnere e scrittore, nonché veneziano d’adozione. Ecco un tratto del suo diario, La città ritrovata (Marsilio, 1998). “Campo Santo Stefano che ieri sera era immobile e vuoto, ora è pieno di bambini e di ragazzini. Appena c’è un po’ di sole, in queste ore, ogni giorni, i piccoli occupano compatti la piazza-scenario: da funebre che era, la rendono mobile e viva. Inseguiti come in ogni altro luogo da madri, nonne, babysitter, qualche padre, qualche raro uomo, il giornalaio, il cameriere, il barista… Ma sono loro, i minimi, che comandano. […] Non è un parco separato, un giardino con le mura, un campus “per loro”: è un tratto di città, il baricentro di Venezia, la città insomma occupata da loro, che torna luogo della vita, riaccende colori e speranze.”
  8. Ottavo ristoro mentale: Campo San Moisè. Siamo in dirittura d’arrivo, poche calli ed entriamo trionfanti, meritandoci la sua vista sublime, in Piazza San Marco. Pochi istanti prima dell’arrivo, però, assaporiamo queste dolci righe che la pordenonese Carla Salsi, partecipante con successo al concorso “Scrivi a Venezia”, ci propone: “Fiori di marmo e guglie dorate tremolano nell’acqua smeraldina. Assorta, in un angolo sul ponte di San Moisè, una maschera guarda nel vuoto l’orizzonte; non si avvede dei turisti, dei frettolosi, degli studenti, degli ambulanti. Venezia. Fantastica e irreale, superba e struggente, smagliante e morente, scrigno di bellezza e solitudine. Reciti un’antica commedia per deliziare amanti, moderni imperatori, guerrieri a riposo e plebe, sul più bel palcoscenico del mondo. Abbandonata dai potenti, richiami la loro attenzione, per un giorno, con tutta la loro corte di intrallazzatori, gnomi, mendicanti, sguatteri, artisti, cortigiane, poeti, usurai e musici. Tutti ad ammirarti, un momento, per dimenticare la fatica dell’esistenza, per un attimo di illusione. Fra questi anch’io: nessuno”

Simone

 

Su e Zo per i Ponti, 10 Aprile 2011.
Percorso principale: 13 km, 53 ponti.
Percorso ridotto: 6 km, 26 ponti.
(per scaricare la mappa in formado PDF cliccare sull

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